L’arcipelago dal futuro luminoso

dallo Speciale de "Il Biellese" dedicato al Forum delle Città Creative



Paolo Naldini: «Biella è un luogo emergente che può diventare esempio per il mondo»


È di Michelangelo Pistoletto la paternità del concetto di “città arcipelago”, divenuta la denominazione del festival della creatività sostenibile.
Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte, racconta la promettente visione di futuro che riguarda il Biellese, in un’ottica di sostenibilità, apprezzamento e valorizzazione delle risorse territoriali.    



Il festival si è ispirato all’idea della “città arcipelago”, invitando a un equilibrio etico tra cultura e natura. Può spiegare questa concezione?
L’idea di “città arcipelago” è l’elemento di contenuto che con Michelangelo Pistoletto abbiamo elaborato negli anni. Questa immagine è diventata evidente a più  persone nei recentissimi tempi di pandemia e lockdown, che hanno aperto gli occhi a molti riguardo a come viviamo: finora è prevalsa un’idea antica di città, che ha portato a “inscatolare” le nostre vite in stratificazioni di cemento che in qualche modo imprigionano e ci allontanano. È il sogno coltivato tra gli anni Sessanta e Ottanta di abbandonare la campagna e trovare lavoro nelle fabbriche: questo processo ha richiamato milioni di persone in città.
Per contro, il Covid ci ha insegnato che questa idea di concentrare tutto e tutti in un unico luogo è un errore che comporta un peggioramento della qualità della vita.
Chi ha potuto trascorrere i mesi di isolamento nelle piccole città ha mantenuto uno spazio intorno a sé per respirare e apprezzare il contatto con la natura. E questa è stata un’esperienza globale, una delle poche, che ci ha portati a una nuova consapevolezza. Per quanto riguarda il Biellese c’è da notare che il nostro territorio ha una caratteristica storica straordinaria: la concentrazione nella città, a discapito della campagna, non si è verificata. Al contrario: lungo le valli, dove scorrono i torrenti, si sono costituiti piccoli centri abitati intorno alle fabbriche, senza creare una frattura con il mondo naturale circostante. La convivenza tra industria e campagna si è mantenuta per tanti decenni: ora questo modello, che deriva dalla morfologia geografica del nostro territorio, ci ispira l’immagine dell’arcipelago, perché invece di avere una grande città nel centro, abbiamo tanti piccoli centri abitati diffusi sul territorio, connessi tra loro da oasi naturali costituite da boschi, campi, corsi d’acqua. Il modello urbanistico biellese è diverso da quello che ha avuto successo nel mondo, ma oggi rappresenta il simbolo della rinascita e del ripensamento globale che tutti stanno compiendo. Sono temi al centro del dibattito a Milano, nelle capitali europee, in Asia e negli Stati Uniti.



Come ritiene che il territorio possa sviluppare al meglio il proprio potenziale come città arcipelago?
Il confronto che abbiamo avuto prima con l’associazione Biella Città Creativa, e poi con il coordinamento delle Città creative Unesco ci ha confortati nella consapevolezza che il tema della sostenibilità è di grande interesse. Abbiamo la fortuna di avere una storia che può sostenere l’immagine di una città arcipelago. Tutti i soggetti del territorio in questi anni stanno contribuendo a ripensare che cosa il Biellese possa essere. C’è la consapevolezza che il mondo cambia e la monocultura tessile è stata ed è tutt’ora la nostra fortuna, ma non possiamo immaginare che da sola riesca a tenere in piedi le prospettive del territorio.
L’aspetto rilavante da questo punto di vista è che l’idea di una città arcipelago non è solo sulla carta, ma è un progetto che fa della nostra provincia un grande laboratorio, in cui è possibile abitare in maniera sostenibile e prospera. A Biella ci sono le possibilità per sviluppare un’economia basata sì sul tessile, ma anche sul turismo culturale e sul settore agroalimentare, che tiene in piedi la sostenibilità. Pensiamo al nostro territorio come a un’opera da farsi, dove la creatività e la sostenibilità sono elementi portanti. Il fatto che siamo stati designati Città creativa Unesco, ci dà coraggio nel ripensare il nostro territorio. Questo è un punto di partenza, come laboratorio territoriale aperto, dove le imprese, le associazioni, le istituzioni possono partecipare.



Come si può immaginare la partecipazione di tutti questi soggetti al progetto di sostenibilità?
Noi di Cittadellarte partecipiamo al coordinamento della Città creativa Unesco, ma abbiamo anche una mostra che nel titolo richiama volutamente il concetto di Biella città arcipelago, e presenta una mappatura di 100 organizzazioni, imprese, associazioni culturali, agriturismi, istituzioni che sono state individuate perché si sono dichiarate attive su uno dei 17 obiettivi dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dettata dalle Nazioni Unite. Noi abbiamo svolto una grande inchiesta, collaborando con l’Unione Industriale, la Camera di commercio, Confartigianato e Confcommercio e poi abbiamo chiesto a sette associazioni giovanili di raccogliere le storie di queste 100 organizzazioni. E ora ci impegniamo a raccontarle sia online sia nella mostra che verrà inaugurata il 30 ottobre, a chiusura del festival. Attendiamo anche le aziende che eventualmente non siano state contattate ma che, attive su uno degli obiettivi, desiderino partecipare a questa mappatura. Il lavoro, già avviato, sarà di definire e sviluppare i temi emersi dalla mappatura: si tratta in particolare di sette ambiti, ovvero l’energia, l’acqua, la mobilità, l’educazione, il cibo, l’accoglienza e i rifiuti. Su questi argomenti stiamo organizzando alcuni incontri, a cui partecipano le organizzazioni attive. Un esempio è il convegno sull’acqua che si è svolto durante il forum.
Le attività di incontro proseguiranno nei prossimi mesi e anni con esperti e protagonisti, per definire priorità e azioni da intraprendere. È un grande laboratorio che si innesta nel festival e ha sede nella mostra di fine ottobre, con una forte caratterizzazione operativa.        


Qual è stata la valenza principale del forum delle Città creative Unesco? Quali risvolti si possono immaginare per il futuro del Biellese?
La valenza è internazionale, perché è stata realizzata in collaborazione con gli uffici Unesco di Roma, che ci hanno aiutati a costruire il forum e sono stati presenti nel condurre i lavori. Con questi partecipanti la visibilità di Biella automaticamente è stata trasmessa alla rete internazionale delle città creative, attraverso le mailing list, il sito e i loro canali molto ampi. In questo però non dimentichiamo il territorio, perché in uno degli appuntamenti della tre giorni che si è appena conclusa, c’è stata una conversazione con alcune voci del territorio. Abbiamo ascoltato anche altre Città creative Unesco che ci hanno raccontato come hanno interpretato negli anni la loro dimensione di Città creativa. Il terreno su cui si è condiviso lo spazio del forum è stato nazionale e internazionale.  



Da anni Cittadellarte è impegnata nella sostenibilità in molti campi: l’alimentare, il tessile, l’arte. Che cosa a livello della pubblica amministrazione può essere migliorato?  
Il forum che si è appena concluso ha consentito di parlare del nostro territorio con interlocutori appartenenti alla Regione e ad altri circuiti di livello nazionale e internazionale. Certo, sarebbe opportuno che non si perdessero altre opportunità di finanziamento, come è accaduto alla Città di Biella: questa è una parte molto dolente. Mi esaspera, perché abbiamo anche la disponibilità di un finanziamento che è già stanziato dalla Regione per la Città creativa Unesco, ma al momento non riusciamo a ottenerlo perché il Comune ha difficoltà a garantire l’anticipo dell’impegno di spesa. Ci sono 90mila euro che la Regione è disposta a erogare. Sono veramente preoccupato perché questa situazione è molto difficile da accettare: io dirigo una Fondazione che continuamente deve ottenere finanziamenti e fondi, ma se non riuscissimo nemmeno a presentare le domande, come è accaduto al comune, saremmo già chiusi. Il messaggio deve essere forte e chiaro: non si possono perdere altre occasioni.  



Un anno fa lo Spazio Hydro di Cittadellarte veniva devastato dall’alluvione. Lei disse che occorreva dare ascolto ai messaggi che la natura invia all’uomo, in un’ottica di maggiore rispetto dell’ambiente. In questo anno secondo lei è cambiato qualcosa nel modo in cui le persone percepiscono la sostenibilità?  
Siamo di fronte a uno scenario con due facce: da una parte c’è una maggiore consapevolezza, alimentata anche dai cambiamenti climatici a cui stiamo drammaticamente assistendo. Questi eventi aprono gli occhi a tanti che li tenevano chiusi. Nello stesso tempo però è vero che c’è tantissimo da lavorare: qualche giorno fa ero all’Università Bocconi a presentare la piattaforma delle Nazioni Unite alla quale abbiamo collaborato per la tracciabilità e la trasparenza nel settore tessile e calzaturiero. In quell’occasione abbiamo presentato un programma pilota realizzato con la stilista Vivienne Westwood e abbiamo annunciato che il primo a sperimentarlo sarà Giorgio Armani. È un’azienda che si è resa conto dell’importanza di tracciare la propria filiera per individuare i punti su cui intervenire per migliorare la sostenibilità della produzione. I grandi gruppi della moda hanno enormi difficoltà a sapere fino a dove arrivi la loro stessa attività, per via dei sottolivelli di fornitura che caratterizzano la produzione. In questo senso c’è tantissimo da fare. Qualcuno si può sentire smarrito di fronte all’enormità di questo lavoro, ma nello stesso tempo ci sono già tanti metodi per avviarsi verso una condotta sostenibile e affrontare il problema. Per quanto riguarda il tema dell’acqua abbiamo organizzato il tavolo all’interno del forum: ci si è interrogati con alcuni esperti dell’Università di Torino, del CNR di Biella, del Politecnico di Torino, dell’Unione Industriale su quali siano le sfide che il nostro territorio deve affrontare in tema di acqua. Vedremo presto alcuni artisti internazionali che cercheranno di rispondere a questa grande sfida che riguarda l’acqua. 



Biella che cosa può rappresentare nell’ambito dell’orizzonte futuro, così fortemente modificato dalla pandemia?
Il lavoro è tantissimo, ma qualcosa si sta muovendo: noi abbiamo un’Accademia che, a nostro avviso, qualifica il nostro territorio. Riteniamo che sia arrivato il momento di presentare Biella come una città in cui venire a studiare. I nostri ragazzi vanno a studiare a Milano, Roma, all’estero: capiamo benissimo perché, ma sempre di più dall’estero o da Milano vengono a studiare a Biella. Arrivano a Cittadellarte, all’Its Tam di Città Studi, scelgono l’Accademia Perosi del Piazzo. Sempre di più, dopo la pandemia, ci si chiede se davvero sia l’ideale andare a studiare in una grande città costosa, rischiosa, con problemi di traffico, o se non sia meglio scegliere un luogo in cui è facile muoversi liberamente, immerso nel verde, con costi residenziali più contenuti e con una qualità dell’insegnamento elevata, perché il numero degli allievi è ridotto rispetto alle grandi università. Biella è un luogo emergente nella geografia della formazione universitaria accademica: anche questo è un modo per spendere la nostra carta Unesco, perché da questo punto di vista siamo un piccolo gioiello, con un potenziale di accoglienza che può davvero essere dispiegato.  



Da questo punto di vista ritiene che il turismo culturale sia una carta vincente, nonostante spesso i Biellesi fatichino a riconoscere le bellezze del territorio in cui vivono? Siamo un territorio pronto ad accogliere, secondo lei? 
È vero che il Biellese è uno scrigno di bellezza naturalistica di pregio che va valorizzato: può sicuramente incontrare l’interesse di un turismo elevato, non di massa, più sostenibile e con una disponibilità di spesa più alta, e quindi permettere alle nostre imprese turistiche di mantenere più facilmente un posto sul mercato. L’aspetto culturale poi è altrettanto radicato: noi stessi come Fondazione Pistoletto, ma anche le altre realtà culturali del territorio sanno formulare proposte interessanti. Penso al polo del Piazzo, a Fuoriluogo e a eventi come ContemporaneA: con un ambiente naturalistico fruibile, ristoranti e luoghi in cui dormire piacevoli, diventa davvero tutto fattibile. Faccio parte del consiglio di amministrazione di Fondazione Biellezza e sono pienamente convinto che sia possibile investire nel turismo culturale. Ma è un punto critico quello della cultura dell’accoglienza: su questo credo che ci sia molto da lavorare, sia a livello professionale, perché non ci si improvvisa ristoratori o albergatori, sia sulla consapevolezza collettiva. Se i Biellesi per primi non riconoscono il proprio territorio come attrattivo, diventa un problema. Va svolto un lavoro di consapevolezza, ma il fatto positivo è che c’è la volontà di farlo. E questo rende il progetto molto credibile.